Quante esperienze difficili siamo disposti ad accettare pur di sentire qualcosa? Perché inseguire volutamente un cattivo viaggio quando la tecnologia promette un percorso più pulito, più sicuro, più mirato? E se la prossima guida affidabile in un’esperienza alterata della coscienza non fosse un amico, ma un algoritmo che conosce le nostre fragilità meglio di noi?
Benadryl e la normalizzazione del cattivo viaggio
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere pratiche che non hanno nulla di visionario, ma che parlano molto del nostro tempo. Una su tutte: la Benadryl challenge esplosa su TikTok nel 2020, con adolescenti che ingeriscono almeno una dozzina di pillole per indurre un’alterazione. L’ingrediente attivo, la difenidramina, ad alte dosi è un deliriante: non apre portali, trascina in un buco nero sensoriale fatto di formicolii, allucinazioni disturbanti, intorpidimento, mente ovattata.
Molti racconti convergono su visioni ricorrenti come l’Hat Man, una sagoma scura che abita lo spazio della stanza. La cultura la rende meme, il meme la rende aspettativa, l’aspettativa diventa esperienza. Qui non c’è esplorazione, c’è anestesia. Eppure questa deriva trova carburante in tre leve molto semplici:
- Prezzo: è più economico di alcol e di molte sostanze.
- Nichilismo: la promessa non è piacere, è non sentire.
- Viralità: la forma sfida trasforma un rischio in un gioco.
Gli effetti sono concreti, non astratti. Nel 2020 tre adolescenti in Texas sono stati trattati per overdose da Benadryl, incluso un quattordicenne che ne ha ingerite 14, mentre un quindicenne in Oklahoma è deceduto per una crisi convulsiva dopo il sovradosaggio. Da allora i casi sono cresciuti fino a migliaia l’anno. Serve chiarezza: overdose non significa automaticamente esito fatale, ma significa che un comportamento imitabile sta portando persone in pronto soccorso.
Le risposte efficaci non nascono dal moralismo, nascono da informazione realistica e riduzione del danno. E qui le piattaforme non possono sfilarsi: la viralità confeziona il pericolo come intrattenimento, togliendo peso alla valutazione dei rischi. Il punto non è reprimere, è contestualizzare e depotenziare i meccanismi di sfida che spingono a superare soglie pericolose.
Gateway, nastri e il ritorno dell’uscita dal corpo
Dall’altro lato della curva c’è una tendenza opposta: indurre stati non ordinari senza sostanze. Il Monroe Institute lavora da decenni su meditazioni guidate, le celebri Gateway Tapes, pensate per catalizzare esperienze fuori dal corpo. La tecnica usa binaural beats: un tono differente in ciascun orecchio perché il cervello generi un terzo segnale interno, teoricamente utile a cambiare stato di coscienza. Oggi la proposta si è ampliata con ritiri in presenza e online e persino playlist su Spotify per l’autoipnosi.
Questa storia ha anche una pagina istituzionale. Nei primi anni ’80, in piena Guerra Fredda, CIA e Dipartimento della Difesa inviarono il tenente colonnello Wayne McDonnell a valutarne l’utilità per compiti come la visione a distanza. Il suo rapporto riconobbe una base plausibile per alcuni aspetti del metodo e, in termini di visione del mondo, ipotizzò che la proiezione intensa dei pensieri potesse influenzare la realtà nello spazio-tempo. Al netto dello scetticismo, un dato resta: l’attrazione per scorciatoie verso stati mentali appare oggi più forte che mai, dentro una cultura del benessere che cerca risultati rapidi e protocollo.
La svolta: progettare uno psichedelico senza il viaggio
La vera discontinuità arriva però dall’AI. Una startup della Silicon Valley, Mindstate Design Labs, supportata da Y Combinator, ha messo a punto quello che definisce “lo psichedelico meno psichedelico che sia psicoattivo”. L’idea è netta: usare intelligenza artificiale per progettare composti capaci di indurre stati mentali specifici, puntando ai benefici terapeutici degli psichedelici senza le allucinazioni.
La tesi di fondo è in linea con parte della ricerca: gli psichedelici agiscono sul sistema della serotonina e promuovono la neuroplasticità, cioè la crescita neuronale e la creazione di nuove connessioni. Alcuni studiosi sostengono che sia proprio questa proprietà, più che il caleidoscopio sensoriale, a sostenere il valore terapeutico. Una collega ha riportato che il primo composto dell’azienda appare promettente. Se la scommessa regge, un’intera platea oggi spaventata dall’idea di confrontarsi con contenuti psichici difficili potrebbe accedere a trattamenti mirati, con un profilo di esperienza più stabile.
- Targeting di stato: progettare molecole per precise traiettorie cognitive.
- Riduzione del rischio: minimizzare componenti imprevedibili del trip.
- Scalabilità: percorsi terapeutici più accessibili per chi rifiuta l’allucinazione.
La posizione qui è chiara: se l’AI ci permette di disaccoppiare meccanismo terapeutico ed effetto scenico, abbiamo il dovere di provarci. L’innovazione utile è quella che allarga il perimetro di chi può curarsi, non quella che amplifica l’eroismo esperienziale.
Chatbot come trip sitter: guida digitale con umano in loop
La tecnologia non sta solo disegnando nuove molecole, sta diventando protagonista delle sessioni. Cresce l’uso di chatbot come ChatGPT o Claude per accompagnare chi assume psichedelici, una sorta di trip sitter digitale che offre supporto conversazionale, promemoria di set e setting, tecniche di respirazione e check-in emotivi. Il perché è evidente: i facilitatori professionali nelle poche giurisdizioni dove esistono percorsi regolamentati, come Oregon e Colorado, possono essere costosi, e molte persone cercano una presenza costante e discreta.
Ci sono però limiti non negoziabili. Un chatbot non conosce la storia clinica, non valuta comorbidità, non prende decisioni in caso di rischio fisico. Il principio operativo dovrebbe essere semplice: tenere un umano nel loop. Alcune linee guida pratiche possono rendere utile la componente AI senza varcare confini pericolosi:
- Ruolo dichiarato: supporto emotivo e organizzativo, mai consigli su dosaggio.
- Check-in strutturati: domande su contesto, idratazione, ritmo respiratorio.
- Escalation: indicazioni chiare per chiamare un amico presente o servizi d’emergenza.
- Pre-sessione: raccolta di preferenze e pianificazione dell’ambiente, senza raccogliere dati sensibili non necessari.
La tesi non cambia: sono gli strumenti digitali a doversi adattare alla fragilità umana, non il contrario. E l’AI è già abbastanza matura per svolgere un ruolo di accompagnamento, a patto di riconoscere i propri confini.
Piattaforme, cultura e responsabilità condivisa
Dal bad trip come sfida social al no trip progettato in laboratorio, c’è un ponte che si chiama cultura. Isolamento, solitudine, precarietà economica alimentano comportamenti di fuga o di anestesia. Le strategie efficaci devono tenere insieme tre piani:
- Informazione veritiera: parlare chiaro sugli effetti, senza demonizzare in blocco.
- Moderazione intelligente: ridurre la portata della gamification del rischio.
- Alternative: rendere visibili opzioni di benessere e connessione sociale non tossiche.
Alle aziende tecnologiche spetta una parte decisiva: quando un pericolo diventa trend, l’algoritmo non può fingere neutralità. E nella ricerca biotecnologica è ora di accelerare, non di frenare: se l’AI consente di abbassare la soglia d’accesso a terapie efficaci, il beneficio sociale potenziale è maggiore del rischio di perdere la narrativa romantica del viaggio.
Cosa fare ora: una roadmap pragmatica per chi innova
Il mercato non aspetta, ma la fretta senza metodo qui è controproducente. Una roadmap minima per chi costruisce prodotti e servizi in questo spazio può includere:
- Design centrato sullo stato: definire con precisione gli outcome mentali e misurarli.
- Sicurezza by design: limiti espliciti per chatbot, con scenari di escalation predefiniti.
- Partnership cliniche: integrare supervisione professionale nelle fasi delicate.
- Trasparenza: comunicare chiaramente cosa fa l’AI e cosa non farà mai.
- Educazione: materiali di riduzione del danno integrati nell’esperienza utente.
Il vantaggio competitivo non sarà nel promettere l’impossibile, ma nel produrre risultati ripetibili con un profilo di rischio comprensibile. In questo quadro l’AI è un abilitatore, non un fine: orchestra segnali, progetta molecole, struttura conversazioni di supporto, spinge la scienza a uscire dalla teoria e farsi protocollo.
Una scelta di metodo, non di coraggio
La mitologia del viaggio psichedelico ha sempre celebrato il coraggio di guardare nell’abisso. Oggi abbiamo l’occasione di celebrare qualcosa di diverso: la capacità di progettare l’abisso perché diventi un intervento terapeutico. Non si tratta di sterilizzare l’esperienza, si tratta di dirigerla. La mia posizione è semplice: meglio un buon algoritmo che un cattivo mito. Se l’AI ci aiuta a trasformare l’alterazione in cura e la curiosità in metodo, vale la pena accelerare.


